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Saline Conti Vecchi, una visione diventata armonia di storia, lavoro e ambiente

Si racconta che l’ingegner Luigi Conti Vecchi domandò se la Sardegna fosse battuta dal maestrale. Un dubbio curioso da pensare davanti al grande piazzale che introduce alle sue saline, dove il vento di nord-ovest sconvolge i ciuffi dei palmizi mandando per l’aria un fruscio impetuoso, e dal basso strappa appena percettibile il profumo del rosmarino. Le nuvole spezzate in branchi corrono nell’azzurro.

Dell’isola l’ingegnere aveva conosciuto gli uomini, i piccoli demoni emaciati che uscendo dalle trincee del Carso mostravano nelle imprese l’orgoglio del chiuso mondo agropastorale. “Troppo grande per essere conquistata, troppo piccola per essere indipendente” commenterà molti anni più tardi, il generale del genio toscano che prima della guerra aveva costruito ponti e acquedotti in giro per l’Italia, e che dopo l’inutile strage volle la Sardegna offesa dalla storia come teatro della sua opera demiurgica, fatta di mare, terra, uomini e sale.

Nel 1919 il suo progetto risponde al bando statale, lo vince, e cominciano i lavori che avrebbero fatto entrare il mare dove prima c’era l’acqua dolce infestata dalla malaria. Sulle sponde dello stagno di Santa Gilla sarebbero sorti in pochi anni i bacini evaporanti e le caselle salanti, gli uffici, l’officina, il laboratorio chimico, il villaggio degli operai e le dimore dei dirigenti, la scuola e la chiesa. Città giardino inglese, caserma, fabbrica olivettiana ante litteram, microcosmo coloniale di organizzazione e commistione fra lavoro e natura.

Conti Vecchi morì nel 1927, anno della prima raccolta del sale. La sua visione passò al figlio Guido, così i profitti di quella che sarebbe rapidamente diventata la terza salina in Europa, la seconda in Italia dopo quella di Margherita di Savoia in Puglia. 2700 ettari capaci di regalare fino a 300.000 tonnellate d’oro bianco, e magnesio, gesso, potassio, la gillite qui impastata per la prima volta e finita nei teatri e nei cinema della Cagliari che si apriva alla modernità.

Nel villaggio, oggi scomparso, vivevano le famiglie di cinquecento operai. Per ognuno una cucina con camino, una stanza, un bagno, un cortile. Un umile lusso per quei tempi. Ma da settembre a novembre, e talvolta fino a Natale, per la raccolta, la salina si riempiva di stagionali, fino a 1500 uomini bruciati e accecati dal sole, armati di piccone per staccare dal fondo delle grandi caselle il sale precipitato. “Ad Assemini chi ha più di ottanta anni almeno una volta nella vita ha fatto il saliniere stagionale. Il paese ha nei decenni instaurato un rapporto viscerale con la salina”, spiegano Giulia Deangelis ed Emanuele Masillo, i giovani del FAI che gestiscono l’accoglienza, guidano i visitatori, tengono in ordine l’amministrazione, proteggono natura e memoria di questo vasto, vivo monumento a cielo aperto.

Nei decenni la salina è passata dai nipoti di Conti Vecchi alla IMI SIR di Rovelli, e nel 1984 allo Stato italiano, che la ha in seguito affidata all’ENI. È la prima volta che il Fondo Ambiente Italiano gestisce l’attività ricettiva di un bene in collaborazione con una società produttiva. Uffici e ambienti di lavoro, ordinati intorno al piazzale interno, sono stati riportati alla loro condizione autentica. In quella del direttore una teca conserva un grande cristallo di sale della prima raccolta, i catafalchi delle macchine da scrivere e dei registratori, il registro delle operazioni vergato con inchiostro sinuoso: “pagato kg 50 di solfato di magnesio”. Fuori dalla finestra, uno scampolo di laguna, e in lontananza Cagliari, la sua fila di pastelli che scende al mare. Nella sala accanto il grande archivio storico (oggetto di un piano di riorganizzazione da parte del FAI) e un antico tecnigrafo, le matrici di legno degli elementi meccanici fondamentali, che riprodotti in sede garantivano autonomia ai lavori della salina. E ancora l’ufficio “costi e contabilità”, il laboratorio chimico colmo di alambicchi e la vecchia falegnameria dove viene proiettato sui muri un video che racconta l’intero processo di produzione, la grande officina meccanica e lo splendido documentario sulla storia della salina, la visione dell’ingegner Conti Vecchi incastonata nella storia di Cagliari e della Sardegna.

Archeologia industriale e agricola, se come spiega Carlo, alla guida del trenino gommato che conduce in visitatori nel cuore naturale della salina, “sulla raccolta influiscono sole e vento, la montagna di sale è un’aia, il saliniere un contadino del mare”. Si impone allo sguardo il poderoso grumo di sale raccolto, immacolato contro il cielo come una nuvola greve. Un sentiero scavato sul fianco lo fascia fino alla sommità, con il tempo la cresta diventa talmente dura da dover essere scossa a picconate. Sfilano poi le caselle salanti, la schiuma di magnesio strappata al breve moto dell’acqua dal maestrale, il rosa della salinità che aumenta e diventerà rosso come il sangue per la nuova raccolta, in novembre.

Oltre si distendono i bacini evaporanti e la natura riprende a vivere, lo stagno incorniciato da basse massicciate di terra, giunchi e salicornie, il canneto che respira nella bassa salinità, le colonie dei fenicotteri immobili o orientate a sud-est, a favore di vento, i fratini, i gabbiani, le volpoche, il falco di palude, il germano reale e perfino un pellicano, incontrato qualche giorno fa, durante una delle escursioni. Santa Gilla è una delle zone umide più importanti del Mediterraneo, Zona di Protezione Speciale (ZPS) e sito protetto dalla convenzione di Ramsar fin dal 1977. Sono circa 50 le specie aviarie che abitano questo immenso angolo dello stagno. Si sollevano in volo, si pronunciano in un verso, si posano. Tutto il resto diventa improvvisamente remoto.

Quelle di Conti Vecchi appartengono al gruppo delle saline mediterranee che sono oggetto di studio da parte del progetto internazionale "MedArtSal".

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