Solo l'anno scorso sono state fissate le quote ministeriali di pesca del tonno rosso, dal 2018 al 2020. Anche per la Sardegna si tratta di quote in aumento, grazie al miglioramento degli stock ittici nel Mediterraneo. Per il 2018 il contingente di cattura (Tac) assegnato all’Italia dall’Unione Europea, in base alle direttive della Commissione internazionale per lo conservazione del tonno atlantico è di 3894 tonnellate, che cresceranno ancora sino al 2020 (4308 tonnellate nel 2019 e 4756 nel 2020), confermando la medesima percentuale (circa l’8%) alle tonnare fisse. Gli impianti a mare dell’Isola Piana, Portoscuso e Porto Paglia potranno invece pescare 328 tonnellate di tonno rosso, mentre la quota più consistente è sempre assegnata al sistema di pesca con le reti a circuizione (2886 tonnellate), seguite dai palangari (527 tonnellate) e, in misura minore, dalla pesca sportiva e ricreativa (18 tonnellate). Nel dibattito, sempre spinoso, sul delicato equilibrio tra esigenze del lavoro e quelle della natura sfruttata, gli stessi imprenditori delle Tonnare Sarde avevano manifestato preoccupazione per l’aumento generale della quota di pesca, che porterebbe a un calo del prezzo del tonno. Per chi mette l'accento sulla sopravvivenza delle popolazioni di tonno a livello globale cambiano solo le ragioni della preoccupazione.
Il tonno è infatti minacciato e il rischio è che non riesca a sostenere la pressione della pesca industrializzata, che arriva da anni di cattiva gestione e pesca eccessiva, come nel caso del tonno rosso del Mediterraneo. Una situazione resa ancor più grave dal sistema dei tonni alimentati e messi all'ingrasso negli allevamenti a mare. In occasione della Giornata Mondiale del Tonno del 2 maggio, ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la riflessione è dunque indirizzata a sottolineare la necessità di una gestione sostenibile della sua pesca.
Ad oggi, più di 80 Stati praticano la pesca del tonno e la sua portata, come già accennato, continua a crescere. Il primo prodotto a guidare la produzione delle conserve ittiche è il tonno in scatola, un mercato che in Italia ha un valore di circa 1,3 miliardi di euro (2018), con una produzione nazionale di 74.000 tonnellate e un consumo di 153.251 tonnellate pari a circa 2,5 kg pro capite, per un settore che conta circa 1.500 addetti. L'altro prodotto che fa schizzare la domanda (e quindi l'offerta) sul mercato è il sashimi/sushi. Le differenze sono rilevanti per quanto riguarda le specie utilizzate, i requisiti di qualità e i sistemi di produzione. Nel mercato dello scatolame, le specie a carne leggera – nello specifico il tonnetto striato e il tonno albacora – sono dominanti, mentre nel mercato di sushi e sashimi, si preferiscono il tonno grasso del tonno rosso o altre specie a carne rossa come il tonno obeso. Il tonno obeso è in cima alle preferenze per il mercato di sushi e sashimi, di cui la maggior parte è importata in Giappone. Per non compromettere il futuro del tonno, negli ultimi anni è stata avviata una serie di progetti: iniziative di tutela e certificazioni specifiche, finalizzate alla conservazione e alla protezione dell’ecosistema marino e della biodiversità, alla difesa dell’equilibrio tra le risorse e l’attività di pesca, assicurando il naturale rinnovamento, evitando il sovra-sfruttamento, la pesca illegale e accidentale. Ma la strada è ancora lunga e piena di ostacoli, soprattutto se a fare da guida sono solo le esigenze di un mercato poco lungimirante.
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