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REST-COAST si conclude a Barcellona e traccia una rotta per il futuro delle zone costiere europee

Il meeting finale di Barcellona non è stato solo il capitolo conclusivo di REST-COAST, ma il varo di una nuova consapevolezza per la gestione dei litorali europei. Per noi di MEDSEA, che abbiamo seguito da vicino l'evoluzione dei siti pilota come partner tecnico, questo traguardo segna il passaggio cruciale dalla sperimentazione alla governance strutturale.
Come sottolineato da Bruno Boz,  biologo ambientale per MEDSEA ed esperto in riabilitazione ambientale, che ha partecipato ai lavori nella capitale catalana, il valore reale di questi anni di ricerca non risiede solo nei dati raccolti, ma nella costruzione di un quadro conoscitivo solido capace di guidare la riqualificazione su larga scala in contesti profondamente diversi.

Il messaggio che emerge con forza è chiaro: non esiste restauro efficace se non è sistemico.

"La sfida del post REST-COAST", osserva Boz, "è trasformare gli strumenti tecnici e digitali sviluppati — dalle piattaforme di monitoraggio ai modelli di gestione dei sedimenti — in azioni politiche di medio e lungo termine". In un Mediterraneo che affronta sfide comuni ma con sfumature locali opposte (dal deficit di sedimenti dell'Ebro all'eccesso dell'estuario Ems-Dollard), il progetto consegna ai decisori una 'cassetta degli attrezzi' finalmente completa.

Oggi, con l'entrata in vigore del Regolamento UE sul Ripristino della Natura, l'esperienza di REST-COAST diventa il pilastro su cui poggiare i futuri Piani Nazionali: una roadmap che integra Nature-based Solutions (NbS), modelli finanziari innovativi e una governance capace di far dialogare pescatori, agricoltori e scienziati.
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1. Qual è il messaggio più forte che emerge dal progetto?

Il messaggio più forte che emerge anche dal meeting finale del progetto REST-COAST a Barcellona è quello di aver fornito un significativo contributo nella costruzione di un solido quadro di riferimento conoscitivo per promuovere una riqualificazione su larga scala degli ecosistemi costieri in contesti molto diversi, ma che pongono sfide tecniche e gestionali comuni.

In particolare, identificando e classificando le principali barriere che limitano l’implementazione di progetti di riqualificazione di scala vasta, sviluppando indicatori comuni per misurare gli effetti degli interventi in termini di servizi ecosistemici, identificando e promuovendo modelli di governance e finanziari innovativi e concreti, creando sinergie e sviluppando un linguaggio comune con altri progetti tre progetti Horizon (SUPERB, WaterLANDS, MERLIN) focalizzati sulla riqualificazione di altre tipologie di ecosistemi, il progetto REST-COAST si pone come un punto di riferimento sostanziale per future iniziative atte a promuovere progetti di riqualificazione degli ecosistemi costieri in Europa, a partire dai Piani Nazionali di Ripristino della Natura in attuazione al Regolamento UE (2024/1991).

2. Cosa significa davvero “restauro su larga scala” in un contesto europeo?

L’approccio focalizzato su progetti di scala vasta è imprescindibile laddove si voglia agire per la riqualificazione degli ecosistemi costieri, che dipendono da variabili complesse quale l’apporto di sedimenti, acqua e nutrienti dai bacini afferenti, l’innalzamento del livello del mare, gli eventi meteorologici estremi e l'aumento dell’erosione costiera.
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Il progetto REST-COAST ha sviluppato un approccio multidisciplinare al restauro costiero su larga scala, testando prevalentemente soluzione basate sulla natura (NbS) applicate in nove siti pilota tra Europa e Mediterraneo.

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Le azioni si sono concentrate su sei ambiti principali: il ripristino di zone umide costiere (barene e praterie di fanerogame marine), la gestione dinamica dei sedimenti, il recupero della connettività idraulica tra fiumi e mare, la creazione di habitat artificiali – come isole dedicate all’avifauna – e l’integrazione di modelli di produzione alimentare e protezione dalle inondazioni più resilienti ai cambiamenti climatici.

Accanto agli interventi tecnici, il progetto ha lavorato sulla governance, analizzando le barriere istituzionali e definendo roadmap strategiche per ciascun sito. Attraverso le piattaforme CORE-PLAT, è stato promosso il confronto tra attori con interessi diversi – agricoltori, pescatori, autorità pubbliche e comunità scientifica – con l’obiettivo di rafforzare trasparenza, coordinamento e scalabilità delle soluzioni.

Il tutto è stato supportato da strumenti digitali avanzati, tra cui una Digital Platform e modelli di valutazione dei servizi ecosistemici, come il sequestro di carbonio e la protezione dall’erosione. L’obiettivo oggi è trasformare i risultati tecnico-scientifici dei siti pilota in strumenti decisionali e gestionali applicabili su scala regionale.

3. Come ci si prepara al post REST Coast?

Se pure il progetto REST-COAST abbia avuto anche una significativa componente pratica con l’implementazione ed il monitoraggio di interventi concreti nei siti pilota, lo scopo principale del progetto è stato quello di fornire strumenti di diversa natura per supportare lo sviluppo di future iniziative progettuali da implementare, a partire proprio dai nove siti pilota.

La sfida del post REST-COAST è quindi proprio quella di utilizzare in modo concreto tali strumenti per definire piani di scala vasta e di medio lungo termine che includano NbS per gestire e riqualificare in modo concreto gli ecosistemi costieri. Qualunque soggetto che proporrà tali iniziative potrà ad esempio fare riferimento ai modelli e agli approcci sviluppati dal progetto per individuare le azioni tecniche più adatte, per monitorare e misurare gli effetti degli interventi, per organizzare i modelli di governance, per individuare ed attrarre finanziamenti.

Nell’ambito del progetto vi è stato inoltre un notevole sforzo per fornire agli stati membri e alla Commissione Europea strumenti conoscitivi concreti e funzionali allo sviluppo dei Piani Nazionali di Ripristino della Natura, che dovrebbero essere presentati proprio nei mesi che seguono la conclusione di REST-COAST. E’ anche prevedibile, vista la complessità della tematica, che possano nascere altre iniziative di ricerca focalizzate sulle tematiche toccate dal progetto.

 

4. Quali misure hanno dimostrato maggiore efficacia tra riconnessione idraulica, gestione dei sedimenti e wetland restoration?

L’efficacia dei diversi tipi di misure che è possibile implementare è strettamente dipendente dal contesto specifico; ad esempio nel caso studio del delta del Fiume Ebro, in Spagna, la forzante più negativa è legato al gap di sedimenti stoccati negli invasi costruiti nella parte montana del bacino idrografico, che acuiscono i processi di erosione costiera. In assenza di un riequilibrio del trasporto dei sedimenti gli interventi realizzati sulla costa, per lo più dune di sabbia, possono solo mitigare e rallentare il processo di erosione, senza risolvere del tutto il problema. 

Al contrario nel sito pilota “Ems-Dollard estuary”, in Olanda, vi è un eccesso di apporto di sedimenti fini che richiede svariate azioni, tra cui l’estrazione di materiale, la realizzazione di pennelli o lo sviluppo di bacini lagunari che fungano da trappole di sedimenti.

Il caso studio della laguna di Venezia evidenzia invece come per ridurre il problema dell’eutrofizzazione, ad interventi diretti di riqualificazione delle barene in laguna, vadano affiancate azioni, quali la creazione di zone umide fitodepuranti, nel bacino afferente per intercettare i nutrienti prima che entrino nel sistema lagunare. In generale comunque dal progetto emerge come i
benefici derivanti dall’applicazione di Nature Based Solutions siano maggiori di quelli derivanti da azioni più tradizionali, alla luce dei maggiori servizi ecosistemici che le soluzione basate sulla natura sono in grado di fornire.


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5. Dove sono stati trovati i limiti più forti: nella natura del sistema o nelle condizioni esterne (pressioni antropiche, vincoli normativi)?

Il progetto ha analizzato in modo dettagliato tutte le barriere che frenano l’implementazione di progetti integrati e di scala vasta per la riqualificazione degli ecosistemi costieri. Esistono barriere di natura tecnica, quali la mancanza di spazi per la realizzazione di NbS in aree altamente antropizzate, un eccessivo deficit o apporto di sedimenti (ad esempio in presenza di dighe non permeabili ai sedimenti), un insostenibile incremento dei tassi di erosione e di innalzamento dei livelli del mare, un eccessivo apporto di nutrienti che causa l’eutrofizzazione limitando l’efficacia degli interventi di riqualificazione. 

Vi sono poi diffuse carenze in termini di metodologie per misurare gli impatti ecologici degli interventi, tempi lunghi di risposta, poche applicazioni da prendere ad esempio come best practices. Tra le principali barriere finanziare i tempi lunghi per il rientro di eventuali investimenti, compresi investimenti privati, l’incertezza degli investimenti, un mercato (ad esempio legato ai crediti di carbonio o ai PES) ancora non consolidato. In termini di governance risulta invece mancare un coordinamento istituzionale fra i numerosi soggetti preposti, ad esempio a scala di bacino, una mancanza di visione a lungo termine, elevata conflittualità, difficoltà comunicative e inadeguatezza di alcuni strumenti normativi non tarati alle nuove esigenze.

6. Qual è la priorità tecnica dei prossimi anni per rendere il restauro davvero sistemico?

La priorità è quella di ampliare la “cassetta degli attrezzi” a cui attingere in termini di soluzioni tecniche implementabili. 

Con l’acuirsi dei problemi a seguito dei cambiamenti climatici e grazie alla maggiore comprensione dei fenomeni è necessario oggi dal punto di vista tecnico immaginare e progettare soluzioni più ambiziose ed innovative, compresa la rimozioni di barriere che impediscono il deflusso dei sedimenti, la realizzazione estesa di sistemi tampone per controllare i nutrienti, anche riconvertendo aree agricole come avvenuto nel caso pilota del Bacino scolante della laguna di Venezia, la progettazione di soluzioni per il controllo dell’erosione costiera su scala ampia e basata su un approccio ecologico, come ad esempio dimostrato nel caso pilota del Rhone delta in Francia. E’ evidente però che soluzioni tecniche così ambiziose vadano inserite in piani programmatici altrettanto ambizioni in termini di scala e di durata e vadano supportate da strumenti di governance e sistemi di finanziamento adeguati alla loro implementazione.



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