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Wetland4Change, dalla ricerca alla pianificazione: in Camargue l’incontro finale del progetto

Due giornate di confronto sulle soluzioni basate sulle zone umide per il sequestro del carbonio e la riduzione del rischio di alluvioni. MEDSEA ha presentato i risultati del sito pilota di Marceddì–San Giovanni insieme ai rappresentanti dell’Agenzia Regionale del Distretto Idrografico della Sardegna.

Il 16 e 17 giugno 2026, nel cuore della Camargue, si è svolto l’incontro finale del progetto Interreg Euro-MED Wetland4Change, dedicato al ruolo delle zone umide nella mitigazione e nell’adattamento ai cambiamenti climatici.

Ospitato dall’istituto di ricerca Tour du Valat nella cittadina di Arles, il secondo e conclusivo Living Lab del progetto ha riunito partner scientifici, amministrazioni pubbliche, esperti e rappresentanti dei territori pilota per condividere i risultati raggiunti e discutere come trasferire gli strumenti sviluppati nelle politiche e nei processi di pianificazione del Mediterraneo.

La Fondazione MEDSEA ha partecipato in qualità di partner responsabile delle attività realizzate in Sardegna e della comunicazione del progetto, presentando il lavoro condotto nel sistema lagunare di Marceddì–San Giovanni, nell’Oristanese.
Zone umide come infrastrutture naturali per il clima
Wetland4Change è coordinato dalla University of Forestry di Sofia e coinvolge l’Università di Valencia, l’Università di Málaga, il Greek Biotope-Wetland Centre – EKBY, Tour du Valat e la Fondazione MEDSEA.

L’obiettivo è sviluppare e validare soluzioni basate sulla natura capaci di rafforzare due servizi fondamentali offerti dalle zone umide: la capacità di immagazzinare carbonio e quella di trattenere e rallentare le acque, contribuendo alla riduzione del rischio di alluvioni.
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Le metodologie sono state sperimentate in cinque differenti contesti euro-mediterranei: il bacino del fiume Struma in Bulgaria, il bacino dello Strymon e il lago Kerkini in Grecia, il Parco naturale dell’Albufera in Spagna, Marceddì–San Giovanni in Sardegna e la Camargue in Francia. I risultati sono confluiti in una piattaforma condivisa dedicata alle soluzioni climatiche basate sulle zone umide.

La prima giornata del Living Lab ha messo a confronto le metodologie scientifiche e i principali risultati ottenuti nei cinque siti, attraverso due sessioni dedicate rispettivamente al sequestro del carbonio e alla regolazione delle piene.

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I risultati del sito pilota di Marceddì–San Giovanni

Per il sito pilota sardo, Manuela Puddu della Fondazione MEDSEA ha presentato i risultati delle attività dedicate alla capacità di sequestro del carbonio.

Il territorio analizzato comprende un articolato sistema di fiumi, lagune e saline, del quale fanno parte la laguna di Marceddì, lo stagno di San Giovanni e lo stagno di Corru S’Ittiri. Il sistema coinvolge i territori comunali di Terralba, Arborea, Guspini e Arbus ed è inserito nel percorso di governance del Contratto delle Zone Umide marine e costiere dell’Oristanese.

Nel corso del progetto sono state applicate metodologie innovative per valutare i servizi ecosistemici forniti dalle zone umide e comprendere come il loro stato di conservazione e la loro gestione idrologica influenzino la capacità di assorbire carbonio, regolare le acque e sostenere la resilienza climatica del territorio.

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Il lavoro ha ribadito un principio centrale: le zone umide non sono soltanto habitat da proteggere, ma vere e proprie infrastrutture naturali, capaci di svolgere funzioni che incidono direttamente sulla sicurezza delle comunità, delle attività economiche e delle infrastrutture.

Tra i risultati più rilevanti del progetto figura lo sviluppo di uno strumento che integra immagini satellitari ad altissima risoluzione, dati territoriali locali e sistemi di analisi geografica.

Il tool permette di individuare le aree in cui gli ecosistemi naturali possono contribuire in modo più efficace a trattenere l’acqua, ridurre il deflusso superficiale e rallentarne la propagazione durante gli eventi meteorologici estremi.

La metodologia consente di valutare l’offerta del servizio ecosistemico, vale a dire la capacità del territorio di regolare le piene, e di confrontarla con la domanda, rappresentata dalla presenza di comunità, infrastrutture e attività produttive esposte al rischio. In questo modo è possibile riconoscere le aree in cui interventi di conservazione, ripristino o modifica della gestione del suolo potrebbero generare i maggiori benefici.

Non si tratta di sostituire gli strumenti tradizionali di prevenzione del rischio idraulico, ma di integrare nella pianificazione una valutazione più completa del contributo offerto dagli ecosistemi.

Il confronto con il Distretto Idrografico della Sardegna

Nell’ambito di Wetland4Change, MEDSEA ha collaborato con l’Agenzia Regionale del Distretto Idrografico della Sardegna, approfondendo i temi legati alla pianificazione del rischio di alluvioni e al ruolo dei Contratti delle Zone Umide come strumenti di governance partecipata.

All’incontro in Camargue hanno partecipato per l’Agenzia Giovanni Cocco e Francesca Maria Dettori, impegnati nelle attività di pianificazione e gestione del rischio idraulico e nella valorizzazione delle zone umide quali strumenti naturali di adattamento ai cambiamenti climatici.

Il confronto assume particolare importanza mentre l’Agenzia è impegnata nel terzo ciclo di pianificazione del Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni, che definirà la nuova mappatura delle aree a rischio e le misure di gestione per il periodo 2028–2033.

I risultati di Wetland4Change possono contribuire ad ampliare il quadro conoscitivo su cui si basano queste decisioni, introducendo nuove modalità per raccogliere, integrare e interpretare i dati relativi ai servizi ecosistemici delle zone umide.

Per l’Assessorato regionale dell’Agricoltura e Riforma Agro-Pastorale, invece, ha partecipato Marina Campolmi, biologa marina e funzionaria tecnica del Servizio Pesca e Acquacoltura, dove coordina il settore Regolamentazione, Ricerca e Sviluppo.

Nell’ambito di Wetland4Change, il Servizio ha contribuito alla mappatura e all’analisi della gestione delle concessioni di pesca nelle lagune della Sardegna.

Si tratta di un’attività particolarmente importante perché una parte significativa delle concessioni ricade all’interno dei siti della rete Natura 2000, la cui gestione è affidata alla Regione Sardegna. Le attività produttive devono quindi essere compatibili con gli obiettivi di conservazione degli habitat e delle specie protette.

Il progetto ha offerto anche uno spazio di confronto sui modelli di cogestione delle lagune, fondati sulla collaborazione tra Regione, enti gestori dei siti Natura 2000, comunità dei pescatori e mondo della ricerca.

L’obiettivo è migliorare la gestione dei compendi lagunari attraverso un approccio condiviso che riconosca i pescatori non soltanto come operatori economici, ma anche come protagonisti della tutela del patrimonio naturale.

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Dalla sperimentazione al trasferimento delle soluzioni

La parte conclusiva dell’incontro è stata dedicata al trasferimento dei risultati e alle condizioni necessarie per rendere le metodologie utilizzabili anche al di fuori dei cinque siti pilota.

Il Transfer Plan elaborato dal progetto offre una base per integrare progressivamente la conservazione delle zone umide nelle strategie di adattamento e mitigazione climatica. L’obiettivo non è proporre un modello identico per tutti i territori, ma fornire metodi, dati e criteri adattabili ai diversi contesti amministrativi, ambientali e socioeconomici.

Dal confronto è emersa la necessità di collegare in modo più stabile istituzioni, strumenti di pianificazione, dati, risorse finanziarie e procedure amministrative. Tra le prospettive indicate figura anche la costruzione di una comunità mediterranea di pratica, capace di favorire lo scambio di esperienze, la formazione e il supporto reciproco tra gestori e decisori pubblici.

Una visita sul campo nel cuore della Camargue

La seconda giornata si è conclusa con una visita al sito pilota della Camargue e con una dimostrazione delle tecniche utilizzate per misurare le emissioni e gli assorbimenti dei gas a effetto serra nelle zone umide.

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Un passaggio dalla modellazione al territorio reale, utile a ricordare che dietro mappe, dati satellitari e strumenti di pianificazione si trovano ecosistemi vivi, capaci di offrire risposte concrete ad alcuni degli effetti più evidenti della crisi climatica.

Con la conclusione di Wetland4Change, il lavoro entra ora nella fase più complessa: trasformare metodologie e sperimentazioni in strumenti effettivamente adottati dalle amministrazioni. La conoscenza prodotta è disponibile. La sfida sarà integrarla nelle decisioni che determineranno il futuro delle zone umide e la capacità dei territori mediterranei di adattarsi ai cambiamenti climatici.

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