Sorprendono sempre i dati, non recenti, che confermano l’innalzamento del livello del mare in tutto il Mar Mediterraneo e non solo. Sorprendono ancora di più quando ad essere minacciate sono le nostre coste, spiagge e litorali preferiti. L’agenzia europea dell’Ambiente EEA ad inizio anno aveva pubblicato il rapporto “Global and European sea level rise” ripreso recentemente dalla società olandese Reinders Corporations che ha messo in evidenza, tra le spiagge Europee, alcune delle più note ed iconiche del Mediterraneo a rischio, tra cui la Spiaggia di Porto Giunco.
Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, tra il 2006 e il 2018 il mare è cresciuto di 3,7 mm l’anno, più del doppio della media del secolo scorso. Il livello del mare in Europa sta salendo a un ritmo sempre più rapido e questo fenomeno sta già modificando profondamente la morfologia delle coste.

Se le emissioni non diminuiranno, entro il 2100 l’innalzamento arriverà fino a un metro.
Nello scenario peggiore, con una rapida disintegrazione della calotta polare, si potrebbero raggiungere cinque metri entro il 2150.

Per MEDSEA – che da anni studia la dinamica costiera nel Mediterraneo – questo cambiamento non è un dato distante ma un processo che sta già mostrando effetti concreti: erosione, arretramento della linea di riva, perdita di habitat, instabilità delle dune e trasformazioni irreversibili nelle zone umide retrodunali. Il problema, di fatto, riguarda diverse aree della Sardegna e delle coste di tutto il Mediterraneo e non solo specifiche spiagge.
Perché succede davvero: il ruolo del livello del mare e dei nuovi estremi climatici
Il Mediterraneo sta vivendo una trasformazione accelerata delle sue coste. L’innalzamento del livello del mare è ormai misurabile e continuo, e agisce insieme a eventi estremi più frequenti e alla pressione umana sugli ecosistemi costieri. Il risultato è un arretramento della linea di riva sempre più rapido, già osservabile in numerose aree.
A spiegare il fenomeno è Alessio Satta, esperto di cambiamenti climatici a MEDSEA, che sintetizza così la dinamica:
«Il mare che sale non agisce da solo, diventa il moltiplicatore di rischio di tutti gli altri fattori», chiarisce. Satta entra nel dettaglio: «Onde e mareggiate partono da un livello più alto. Questo è un punto cruciale: se la quota media del mare si alza di decine di centimetri, l’onda non si innalza più dalla quota di un tempo, ma da un livello base già più elevato. In pratica, l’energia delle onde non deve più “superare” la spiaggia: ci arriva direttamente. Un metro in più significa che l’onda raggiunge zone che prima non venivano toccate, con un’erosione molto più rapida.»
L’effetto è amplificato dal cambiamento del regime dei venti e dagli eventi estremi.
«Nel Mediterraneo le mareggiate sono già più intense. L’aumento della velocità del vento, soprattutto Scirocco, Libeccio e Maestrale, trasferisce più energia alle onde.»
Ma non si tratta solo di onde più forti. L’intero sistema fisico che regola la forma delle spiagge sta cambiando.
«Correnti e moto ondoso non seguono più i pattern storici. Questo rompe l’equilibrio sedimentario: la sabbia viene portata via più velocemente, non ritorna più dove servirebbe e molte spiagge iniziano letteralmente a ruotare o arretrare, soprattutto quelle chiuse tra promontori.»
A questo si somma l’indebolimento delle barriere naturali.
«Dune embrionali e fisse, retrospiaggia, praterie di Posidonia: sono sistemi che per millenni hanno protetto le coste. Oggi sono degradati o frammentati dalla pressione antropica e non riescono più a svolgere la loro funzione. È qui che l’effetto combinato tra mare più alto, onde più energiche e habitat fragili diventa esplosivo.»

La pressione umana amplifica tutto
Nel Mediterraneo la fascia costiera è sovraccarica: urbanizzazione, turismo di massa, infrastrutture, accessi e calpestio distruggono le dune e alterano il naturale ricambio della sabbia. Dove mancano dune e Posidonia, la spiaggia perde la sua “riserva di stabilità”: basta una mareggiata più forte per produrre danni permanenti.
Ma cosa si può davvero fare? Le soluzioni esistono, ma richiedono continuità, conoscenza scientifica e scelte politiche chiare. Le azioni più efficaci nel lungo periodo sono note: dal ripristino dei sistemi dunali con tecniche soft, come schermi di canne e rinaturalizzazione, alla protezione e reimpianto della Posidonia oceanica, essenziale per stabilizzare i fondali (vedi la campagna MEDSEA Una Foresta marina per Salvare il pianeta), il recupero di zone umide e lagune che smorzano l’energia delle mareggiate; stop alle nuove costruzioni nelle aree a rischio e creazione di reali fasce di rispetto costiere. Non in ultimo, monitoraggio costante e piani locali di adattamento costruiti su dati verificati.
Le opere rigide? Da usare solo nei casi estremi: risolvono nel punto in cui vengono posizionate, ma spostano l’erosione altrove, aggravando il problema nel medio periodo.
La conclusione di MEDSEA è netta. Non si tratta di “salvare” ogni spiaggia, ma di scegliere dove intervenire e con quale priorità, costruendo un adattamento credibile.
Adattarsi oggi costa meno che ricostruire domani. E molte coste del Mediterraneo stanno già dimostrando che i margini per rimandare non ci sono più.
Come sintetizza Alessio Satta: «Il cambiamento è in atto. Possiamo decidere se subirlo o governarlo. L’unica strada è l’adattamento, fatto bene, e fatto adesso.»

Alessio Satta
Cambiamenti Climatici MEDSEA
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