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Voci dal Mare. Intervista a Luca Tamagnini

Giugno è il mese degli Oceani! 

Quest’anno, abbiamo deciso di celebrarlo con un lungo viaggio tra immagini e testimonianze di chi il mare lo vive da vicino, per raccontare il valore della biodiversità marina e l’urgenza di proteggerla.

“Voci dal mare” è una serie di interviste dedicate ai fotografi che, attraverso il loro sguardo, contribuiscono ogni giorno alla conoscenza e alla tutela del mare. Il primo protagonista della rubrica è Luca Tamagnini, fotografo subacqueo e storyteller del Mediterraneo.

Luca Tamagnini ha recentemente inaugurato una mostra a Cagliari: Sardegna. Paesaggio Costiero – Mediterraneo dei primordi, un progetto dedicato alla relazione tra conservazione, bellezza e trasformazione del paesaggio marino dell’isola, e sarà visitabile fino al 15 settembre negli spazi della Fondazione di Sardegna.

 
INTERVISTA: 

Su cosa si concentra attualmente la tua ricerca fotografica nel mondo marino e cosa ti ha portato a scegliere proprio questo soggetto o habitat? 

Sto lavorando a un progetto fotografico sull’erosione costiera in Italia. È un fenomeno che sembra essere legato all’aumento del livello del mare a causa dei cambiamenti climatici, ma che in realtà è molto più complesso e alcune delle sue cause e delle sue possibili soluzioni sono legate all’habitat del fondo marino costiero. 

In questo contesto le praterie di posidonia rappresentano un ambiente straordinario. Sono uno degli ecosistemi marini più importanti: funzionano come habitat riproduttivo per moltissime specie, contribuiscono all’ossigenazione del mare e svolgono anche una funzione fondamentale nella protezione delle spiagge dall’erosione. 

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C’è una specie, un comportamento animale o un ambiente sottomarino che negli ultimi anni ti ha particolarmente affascinato o sorpreso? Raccontaci perché, anche attraverso un episodio specifico 

Una specie che mi ha sempre affascinato fin da quando ero bambino (sono nato sull’Oceano Indiano in Somalia) è il lionfish o pesce scorpione (Pterois volitans). Il suo recente arrivo nel Mediterraneo mi ha molto sorpreso e anche preoccupato. Fotografarlo nel Mar Rosso o nell’Oceano Indiano è sempre un incontro straordinario: tra i coralli il suo cromatismo a bande rosse e bianche e le lunghe pinne aperte sono quasi il simbolo della biodiversità dei fondali tropicali. 

Nel Mediterraneo, invece, la sua presenza racconta una storia diversa, quella di uno squilibrio ecologico. È un predatore molto vorace e, se non incontra i suoi predatori naturali come grandi cernie, murene o alcune specie di squali, può diventare rapidamente invasivo. In Turchia mi sono trovato in un fondale dove praticamente ogni anfratto della roccia ospitava più esemplari di lionfish. Sulla superficie ho provato ad avvisare alcuni bagnanti che stavano nuotando vicino a uno scoglio dove ce n’erano diversi, del tutto indifferenti alla presenza umana. Nessuno di loro aveva mai sentito parlare di questo pesce e della pericolosità dei suoi aculei velenosi. 

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Pensi che la tua fotografia contribuisca – direttamente o indirettamente – alla conoscenza o alla tutela delle specie e degli ecosistemi marini? Se sì, in che modo? 

La fotografia può contribuire soprattutto a rendere visibili fenomeni che spesso restano poco conosciuti. Nel caso del lionfish nel Mediterraneo per esempio, è importante far conoscere sia la sua pericolosità per l’uomo, a causa dei suoi aculei velenosi, sia il rischio ecologico legato alla sua diffusione in habitat non suoi. 

Le immagini possono aiutare a creare consapevolezza e a favorire un monitoraggio più attento degli avvistamenti anche nei nostri mari. Non è il primo caso di una specie aliena che altera gli equilibri di un ecosistema. Nei Caraibi il lionfish ha già provocato danni enormi alla biodiversità locale, sterminando molte specie di pesci autoctoni. In quel mare la sua diffusione è stata legata alla liberazione in mare di esemplari provenienti da acquari domestici.

Nel Mediterraneo il suo arrivo è invece collegato al Canale di Suez, soprattutto dopo il suo ampliamento. Ma senza il progressivo riscaldamento delle acque del Mediterraneo probabilmente questa specie non sarebbe riuscita ad adattarsi con tanta rapidità e successo. 

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Conoscere il punto di vista di chi osserva il mare da vicino e da tanti anni è molto prezioso oggi per analizzare i cambiamenti che lo hanno riguardato. Nella tua esperienza, quali cambiamenti ti hanno colpito di più andando a fotografare specie ed ecosistemi sottomarini? 

Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda lo stato di salute delle gorgonie in alcune zone del Mediterraneo. 

Alla Secca del Papa, al largo di Tavolara, una delle immersioni più belle che si possano fare in Sardegna, ho osservato negli anni segni sempre più evidenti di sofferenza di queste colonie. Le gorgonie sono organismi molto sensibili e l’aumento della temperatura dell’acqua, che ormai si registra anche a profondità considerevoli, sta mettendo in difficoltà questi ecosistemi. 

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Esiste uno scatto o un incontro sott’acqua che per te rappresenta meglio il rapporto tra oceano, biodiversità e attività umane? Se ti è capitato, ce lo racconti? 

Uno degli incontri più sorprendenti che ho fotografato è stato quello tra un delfino selvaggio e un giovane beduino nel Sinai. Questo delfino, probabilmente rimasto senza il suo branco, aveva stabilito una relazione molto particolare con questo ragazzo. 

Il rapporto tra l’uomo e i cetacei è stato per secoli segnato soprattutto dallo sfruttamento e dallo sterminio. Anche i delfinari oggi sono sempre più messi in discussione, perché l’idea di una convivenza forzata non è più accettata come in passato. 

Eppure a volte accade il contrario: è l’animale che cerca spontaneamente la presenza dell’uomo. Sono situazioni rare e fragili, ma raccontano quanto possa essere complesso il rapporto tra l’uomo e il mare. 

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L’8 giugno sarà la Giornata Mondiale degli Oceani. Quest’anno, il tema è legato all'obiettivo di conservare il 30% degli oceani entro il 2030 (30×30), attraverso l’istituzione di aree marine protette più solide. Qual è l’immagine che ti viene in mente se dovessi trasmettere trasmettere questo messaggio attraverso uno scatto? 

L’immagine che mi viene in mente è quella di bambini in acqua con pinne, maschera e boccaglio dentro un’area marina protetta. 

Ho fotografato una scena molto bella nell’area marina protetta di Capo Carbonara: bambini che nuotavano tra nuvole di occhiate e pesci balestra. In momenti come questo si percepisce chiaramente quanto il mare possa diventare un luogo di scoperta e di rispetto se lo si conosce fin da piccoli. La vera conservazione inizia dall’educazione. Sarebbe importante insegnare nelle scuole non solo a nuotare, ma anche a osservare il mare con maschera e boccaglio, magari proprio nell’area marina protetta più vicina. Purtroppo in Italia capita ancora che ai bambini si insegni prima a innescare un amo su una canna da pesca piuttosto che a guardare cosa vive sotto la superficie dell’acqua.

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