"Evidentemente gli uomini erano talmente imbevuti di se stessi da non riuscire a immaginare che qualcuno potesse averne abbastanza di loro, di vederli, di sentirne l'odore, e andasse a vivere fra gli elefanti semplicemente perché non esiste al mondo compagnia migliore". Romain Gary racconta così Morel, protagonista di “Le radici del cielo”, romanzo del 1954. Ex partigiano gollista, Morel scatena nell’Africa coloniale francese una guerriglia contro bracconieri e istituzioni. L’ossessione divorante è quella di porre fine alla caccia di tutte le specie animali, a cominciare dagli elefanti, sterminati per nutrire il commercio dell’avorio. La petizione che il ribelle intende imporre all’imminente assemblea politica internazionale viene firmata soltanto da una barista innamorata e da un amico ubriacone. Nel capolavoro ambientalista ante litteram Gary denunciava la civiltà conquistatrice occidentale, stella polare del XX e XXI secolo.
Il tema del traffico illegale di animali selvatici ha suscitato rinnovato interesse con l’esplosione della pandemia da Covid-19, innescatasi con buona probabilità in un “wet market” di Wuhan, dove, si ipotizza, il coronavirus ospitato dai pipistrelli sarebbe passato all’uomo, forse facendo tappa nei pangolini, piccoli mammiferi insettivori macellati per il potere taumaturgico delle scaglie e il fascino ornamentale degli artigli. I “mercati bagnati”, presenti soprattutto nel sud-est asiatico, devono il loro nome alla pratica di esporre gli animali appena macellati su letti di ghiaccio, spesso distesi sul suolo. Istrici, maiali selvatici, cuccioli di lupo, cani, gatti, coccodrilli, serpenti, tartarughe e razze, carni ritenute nobili, simboli di ricchezza e prestigio sociale. Il problema non risiede nell’alterità culturale, quanto nelle insostenibili condizioni igieniche in cui il commercio e la cattura, spesso affidata ai bracconieri, hanno luogo.
“Il messaggio che ci è arrivato in questi giorni è che se non ci prendiamo cura della natura, la natura si prenderà cura di noi”, ha dichiarato pochi giorni fa Elizabeth Maruma Mrema, segretario esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica dell’ONU. “Sarebbe opportuno bandire i mercati di animali vivi, ma dobbiamo ricordare che esistono comunità, in modo particolare di zone povere e rurali, soprattutto in Africa, che dipendono dagli animali selvatici per sostenere la vita di milioni di persone. A meno che non vengano create alternative, potrebbe manifestarsi il pericolo di favorire il commercio illegale, che già ci sta portando all’estinzione di molte specie. Preservare ecosistemi e biodiversità ci aiuterà a ridurre la prevalenza di alcune di queste malattie Il modo in cui coltiviamo e utilizziamo il suolo, in cui proteggiamo gli ecosistemi costieri e in cui trattiamo le nostre foreste rovineranno il futuro o ci aiuteranno a vivere più a lungo”, ha aggiunto Mrena. Secondo un rapporto dell’IPBES (dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), il 25% delle specie animali è oggi minacciata di estinzione.
L’ONU ha chiesto alla Cina di rendere permanente la chiusura wet markets, imposta temporaneamente ai propri cittadini per ovvie ragioni sanitarie e meno ovvie opportunità di comunicazione politica. Secondo un sondaggio realizzato dalla società canadese Globescan, diffuso anche dal WWF, la stragrande maggioranza degli avventori di mercati di animali vivi in Giappone, Myanmar, Hong Kong, Thailandia e Vietnam sono favorevoli ad appoggiare iniziative dei governi che portino alla chiusura del commercio selvaggio.
Secondo la Zoological Society of London, ogni anno sono 30 milioni i pesci, e 1.5 milioni le colonie di coralli venduti vivi nel mondo. Se il 70% degli esportatori risiede nel sud-est asiatico, l’80% degli acquirenti vive invece negli Stati Uniti, in Europa e Giappone. Parte di questo enorme traffico di animali è illegale, viaggia nei labirinti del web profondo. Tutte le sette specie che compongono la famiglia delle tartarughe marine sono a rischio estinzione. Il loro guscio è utilizzato per creare monili e suppellettili, la loro carne per cataplasmi terapeutici. Il commercio delle pinne di squalo, utilizzate soprattutto in Cina a fini culinari che curativi, era stimato un decennio fa fra i 500 milioni e il miliardo di dollari. Negli Stati Uniti, dove il “finning” è proibito, gli acquirenti sono pronti a pagare fino 20,000 dollari per la pinna di uno squalo balena. Sono circa 100 milioni gli squali uccisi ogni anno. Privati delle pinne da vivi, vengono restituiti al mare, dove muoiono al fondo per soffocamento, o sbranati da altri predatori.
Scrive Tanya Wyatt in “Wildlife Trafficking- A deconstruction of the Crime, the Victims and the Offenders” (Palgrave Macmillan): “La nostra cultura costruita sul mercato, che promuove il consumo come mezzo di ostentazione dello status e della ricchezza e considera progresso la crescita continua, sta avendo un impatto profondamente dannoso sulla biosfera e le specie. Nella cornice antropocentrica delle nostre società non riconosciamo alle altre specie l’attributo della sofferenza, il loro valore intrinseco e il loro diritto alla vita. Non solo tutto ciò è ‘criminale’ a causa del dolore generato, ma è cieco rispetto all’interconnessione di tutte le specie. Il sovrasfruttamento colpirà noi così come le vittime non-umane del consumo”.
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